14. Al Venerabile Clero e Diletto Popolo della Città e Diocesi

Terza Domenica di Quaresima 1920

   

Terza Domenica di Quaresima 1920

 

 

 

Al Venerabile Clero e Diletto Popolo della Città e Diocesi

 salute e benedizione dal Signore.

 

 

 

S

i approssima anche quest’anno a gran passi la grande Solennità della Santa Pasqua, e per sacro dovere di ministero, Ci accingiamo a rivolgervi, o Ven. Fratelli ed amatissimi figli, la nostra povera parola.  Né a dire il vero, mancano gli argomenti: ché al solo guardare l’arruffata matassa in cui miseramente si avvolge la massima parte della nostra famiglia cristiana, senza trovar via d’uscita, troppo più vi sarebbe a dire di quanto comporti una lettera Pastorale.

Che la società si trovi in uno stato del tutto anormale, non occorre dimostrarlo; tutti lo vedono e tutti lo affermano; quantunque ben pochi abbiano la franchezza di manifestare le vere cause, e di additarne gli efficaci rimedi.  Anzi la maggior parte, o per accecamento di mente, o per pervertimento di volontà, approfittano del turbamento comune per trascinare le masse agli ultimi eccessi, nella folle speranza che dal disordine generale possa scaturire un ordinamento nuovo e più conforme agli attuali bisogni.

A conforto dei buoni pertanto, ed a disinganno degli illusi, deve esser compito nostro far sentire chiara la voce della verità, anche a costo che essa torni poco gradita: “Clama, ne cesses, quasi tuba exalta vocem tuam, et annuntia populo meo scelera eorum, et domui Jacob peccata eorum”1.. (Grida, non desistere, come una  tromba alza la tua voce e dichiara  al mio popolo i loro delitti e alla casa di Giacobbe i loro peccati)

Causa prima di tutto lo sconvolgimento attuale, è inutile nasconderlo o travisarlo, è l’apostasia dal Cristianesimo: “Dilexerunt.. magis tenebras quam lucem... et qui ambulat in tenebris nescit quo vadat” (amarono più le tenebre che la luce ... e chi cammina nelle tenebre non sa dove va). Si lavorò per un intero secolo a scristianizzare tutto: i potenti ed i grandi diedero primi l’esempio di una vita senza religione e senza morale, i governi venduti alla massoneria, sanzionarono colla legislazione l’incredulità, gli Stati si dichiararono atei, la famiglia fu profanata col misconoscere la santità e la indissolubilità del matrimonio, la scuola divenne fucina di irreligione, la beneficenza monopolio del laicismo, la Chiesa fu spogliata di ogni suo possedimento ed osteggiata in ogni suo ministero, il Clero esposto al pubblico ludibrio, gli Ordini religiosi dispersi, la propaganda eretica permessa, favorita, aiutata, l’immoralità dilagante ed impunita.

Si seminò vento, ed ora si raccoglie tempesta.  Le classi più favorite dalla fortuna, smessa ogni speranza di vita futura, vollero formarsi un paradiso in terra; e dimentiche del precetto di Cristo, che comanda sia provento del povero ciò che sovrabbonda ai bisogni del ricco, approfittarono dei bisogni dell’operaio per assottigliarnele mercedi, accumulando col reddito favolosi capitali, e spendendo somme ingenti in capricci ed in lussi.  Profanate le feste, deserte le funzioni religiose, trascurata la Divina Parola, derisa ogni pratica Cristiana, consacrata coi principi del liberalismo ogni ribellione alle sante Leggi di Dio e della Chiesa, che cosa doveva succedere del popolo, se non ciò che oggi si deplora.

I figli del campo e dell’officina, con dinanzi allo sguardo scandali di tal genere, ben presto dimenticarono ogni insegnamento cristiano, e non trovando più freno alle basse cupidigie, cominciarono a guardare con rabbiosa invidia chi con poco o nessun lavoro conduceva una vita sì comoda, e si domandarono perché ci dovesse essere tra gli uomini una così stridente disuguaglianza.

Estinta la carità, che sola può affratellare gli uomini, l’egoismo prevalse in tutte le classi, e ne sorse quella lotta di cui tutti siamo spettatori, e che mina le basi di tutta la società civile.  Gli elementi più torbidi fomentarono le già eccitate passioni, e messisi a capo delle folle scristianizzate ed incoscienti, le spinsero agli ultimi eccessi; e siamo arrivati al tal segno, che si inneggia e si auspica la rivoluzione sociale come il supremo dei beni.  Ad affrettarne l’evento si aggiunse la guerra devastatrice che divampò in quasi tutto il mondo civile, cagionando quei guasti e quelle privazioni che ancora ci opprimono, e rendono cosi stentata la vita.  Il prezzo esagerato dei viveri necessariamente ha prodotto il bisogno di un aumento notevolissimo delle mercedi degli operai; e questo ha messo i padroni ed i capi delle fabbriche nella necessità di aumentare il prezzo dei prodotti.

A questo infausto circolo vizioso si aggiunga la enorme diminuzione di produzione, conseguenza funesta delle agitazioni, dei continui scioperi, della restrizione delle ore di lavoro, e della propaganda deleteria dei partiti sovversivi, e voi avete dinanzi il quadro di una società che si avvia a gran passi al precipizio.

A così molteplici mali, intendetelo bene o cristiani, ogni rimedio sarà inefficace, se non comincerà dalla radice: “Convertimini ad me, et ego convertar ad vos”2 (volgetevi a me e io mi volgerò a voi). Bisogna ritornare al Vangelo, a Cristo, alla Chiesa, e bisogna ritornarvi col cuore, col pensiero, coll’opera: e bisogna ritornarvi tutti, grandi e piccoli, ricchi e poveri, padroni ed operai.  Bando ad ogni pregiudizio, ad ogni prevenzione in contrario; bando a quello sdoppiamento fra cittadino e cattolico, che fu causa di tanta confusione e di tanto scandalo.

Convincasi tutti che o torna regnare Cristo nella società, o che essa è irremissibilmente perduta. Fa d’uopo d’una ristorazione sociale che parta dai fondamenti, e che sia pronta e risoluta, se non si vuole arrivare troppo tardi .

Il primo esempio deve partire dai ricchi, dalle classi facoltose, a cui la Provvidenza ha dato i mezzi perché ne usino a pubblico bene.  Miei carissimi ed egregi Signori, possa la mia parola arrivare sino a voi, ed essere accolta come la voce di un amico, che parla unicamente per vostro bene, colla franchezza dell’Apostolo, e colla carità del padre.  La vostra gloria più bella, il mezzo più efficace per ritornare in grazia ai vostri subalterni, ed in istima presso il proletariato, sarebbe l’esempio di una vita schiettamente cristiana, e praticamente religiosa.

Come sarebbe edificante il vedervi per primi frequentare le chiese, assistere pubblicamente e con devozione alla S. Messa nei dì festivi, intervenire alle prediche, partecipare ai sacramenti, prender parte alle solennità della Chiesa, come facevano i vostri antenati!  Questo unirvi col popolo nel recinto dei sacri templi, questo prostrarvi cogli umili presso agli altari, dinanzi a quel Dio che solo è grande, estinguerebbe le diffidenze, avvicinerebbe le distanze, riallaccerebbe i vincoli di quella fratellanza cristiana, che disgraziatamente si sono infranti.

Lo so, non pochi tra voi sono tormentati dal dubbio in materia religiosa e sopraffatti di pregiudizi sul Clero, sulla Chiesa, sul Papa.  Del resto di chi è la colpa, se non del giornale liberale ed incredulo, che quotidianamente assaporate; della Rivista, del libro scientifico, del romanzo vergati da mano incredula, che voi scorrete senza scrupolo, e senza l’antidoto di uno studio serio e sereno sulla Religione?  Perché vergognarvi di prendere in mano un giornale cattolico, una delle nostre riviste scientifiche, uno dei nostri libri di Apologetica?  La luce del vero dissiperebbe molte ombre, e la vostra anima troverebbe la via della pace.

Quanto vi ho detto non basta per altro, se alla franchezza della professione di Fede religiosa non si unisce una vita morigerata e cristiana.  Purtroppo il lusso, la sete dei divertimenti, la mania dei piaceri ha pervaso tutte le classi della società umana, e più non si distingue nel vestire la dama dalla contadina, il padrone dal cameriere: che tutti ugualmente fanno sfoggio di abbigliamenti, di teatri, di spassi.

Devono adunque coloro che per educazione, e per censo appartengono alle classi più elevate, dare esempio di moderazione e di parsimonia.  Bando quindi ad una moda procace e licenziosa che tanto disdice a persone che si rispettano: bando a quei teatri dove così sfacciatamente si fa torto al pudore, alla riservatezza della gioventù, alla fedeltà coniugale colla rappresentazione di intrighi amorosi, di seduzioni vergognose, di adulteri affetti: bando a quei ritrovi, a quei circoli dove con conversazioni equivoche, con mondani convegni si sciupano somme ingenti, e si dà campo a mormorazioni ed a poco edificanti sospetti.

Sia il ricco un vero modello di padre di famiglia, sia la signora esempio di virtù domestiche, siano i loro figli educati alla fedele osservanza dei cristiani doveri.  E quando sia messo in pratica quanto sopra si è detto, malgrado le presenti difficoltà, malgrado le gravezze enormi che pesano sulle spalle ai facoltosi, la parsimonia del vivere conforme ai dettami evangelici darà campo a risparmi, che non avaramente impiegati in bancarie speculazioni, ma generosamente spesi in beneficenze, attireranno sul capo dei grandi le benedizioni dei piccoli.

Ed ora mi rivolgo a voi che vivendo solo del frutto del vostro lavoro, vi chiamate proletari. Il vostro torto maggiore e la vostra più grande rovina è il lasciarvi continuamente ingannare da chi, col pretesto dei miglioramenti economici, cerca di asservirvi alla setta nemica di Dio e di ogni ordine sociale.  Voi avete sentito dirvi che il mondo cammina male, e che bisogna mutarne il corso; che causa d’ogni disagio è la proprietà privata, che bisogna distruggere l’attuale regime borghese, per sostituirvi quello dei lavoratori.

Voi avete sentito parlarvi di organizzazioni e di scioperi, e vi siete senza discernimento, affiliati a chi, vi ha promesso il paradiso in terra, ed avete ottenuto dei miglioramenti inaspettati, e quasi insperabili.  Ma ditemi in fede vostra, siete proprio contenti? Siete sicuri dell’avvenire?  Non vi siete accorti che si tratta di una situazione precaria, che non può durare e che la vita diventa ogni giorno più difficile?  Lo vedete che in questo movimento proletario manca qualche cosa di essenziale, che ne possa garantire la buona riuscita?  Gli stessi promotori e capi lo dicono a malincuore: le masse non sono educate, non comprendono il momento sociale in cui ci troviamo.

Carissimi, comprendetelo: manca la base morale, manca il giusto concetto della giustizia, manca la carità, manca Dio.  Vi parlano di diritti, per lusingare le cupidigie; ma a bella posta tacciono i doveri, senza dei quali il diritto è una chimera, una menzogna.

C’è il diritto di vivere, ma c’è anche il dovere di lavorare; c’è il diritto di esigere il proprio, ma c’è anche il dovere di rispettare l’altrui; c’è il diritto al frutto del proprio lavoro, ma c’è anche il dovere di pagare chi lavora per noi.  Siccome poi la valutazione dei doveri non dipende dai capricci degli uomini, ma ha i suoi fondamenti nelle immutabili leggi della Giustizia eterna, e nei dettami della coscienza guidata da quella, ne viene di conseguenza, che senza Dio e senza Religione, non vi sarà che l’arbitrio, e quindi la violenza ed il sopruso.

Il diritto di proprietà è conseguenza necessaria del diritto che ha l’uomo al frutto del proprio lavoro, ed alla propria libertà; e voi lo sentite benissimo, specialmente quando bugiardamente promettono la terra a chi lavora.  Ma perché allora non pensate anche ad un giorno in cui, dopo aver lungamente faticato, e molto sacrificato per accumular qualche risparmio, che naturalmente cercherete d’investire o in danaro, od in possessioni, vi sentirete dire che quella roba non è vostra, e che non è lecito possederla?

Perché non vorrete comprendere che il lavoro è un dovere per l’uomo, e che è stoltezza pretendere ricompensa molta, e voler lavorare poco?  E che è una fisima il credere che l’uomo lavori soltanto adoperando il badile, la sega, il martello e che sia un parassita chi lavora colla mente, col calcolo, colla direzione?  Perché non capacitarvi che, qualunque sia il regime d’una società, vi sarà sempre un terzo degli individui che per studi, per direzione, per amministrazione dovranno vivere senza direttamente produrre, e che quindi è semplicemente stupido il pretendere che il lavoratore possa percepire l’intero frutto del suo lavoro?  Ma, voi direte, vi sono abusi, vi sono ingiustizie nel regime attuale.  E non vedete allora che il rimedio non sta nel mutar regime, ma nel moralizzare gli individui, cioè nel formare degli uomini che siano non solo consci dei propri diritti, ma compresi dei propri doveri?

E questi doveri chi può inculcarli alla coscienza umana, se essa non si convince di essere soggetta ad una sanzione da cui non si sfugge, cioè al supremo comando di Dio, che legge nelle coscienze, ed è vindice imparziale di ogni ingiustizia?

Ma è pure un fatto, sento mormorare qualcuno tra voi, è un fatto che prima delle presenti agitazioni sociali il nostro lavoro era sì male ricompensato da non saper come vivere, mentre oggi si campa meno peggio.  Perché la Religione, il Vangelo, la Chiesa, non vennero in nostro soccorso?

Scusatemi tanto, carissimi proletari, ma la colpa è in gran parte vostra.  Incominciarono i vostri padri allorquando fu loro detto dai loro reggitori che essi erano il popolo sovrano, a plaudire alle storte massime del liberalismo; ed ammagliati dalle famose parole “libertà, fratellanza, eguaglianza,” si buttarono a corpo morto in braccio a coloro che le pronunziavano.  Diedero il loro appoggio ed il loro voto a chi spogliava ed incatenava la Chiesa, e proclamava l’indipendenza da ogni Autorità spirituale, e lentamente rovesciava ogni istituzione cristiana.

Fu allora che i ricchi patrimoni, amministrati dalla religione, i vasti possedimenti degli Istituti monastici, coi quali vivevano onestamente tanti operai, e venivano largamente soccorsi tanti poveri, passarono in mano di ingordi speculatori; fu allora che le antiche corporazioni d’arti e mestieri, le quali sotto l’egida della religione tenevano organizzati gli operai, si videro spogliate e disciolte; fu allora che il proletario si trovò esposto senza difesa alla spietata concorrenza del suo simile ed alla ingordigia del capitalista senza cuore e senza fede.

La Chiesa, quantunque imbavagliata ed oppressa, non ha cessato di richiamare gli erranti al retto sentiero, di gridare contro le ingiustizie di qualunque genere, di mettersi alla difesa dei deboli.  E voi ben lo sapete come essa da quasi mezzo secolo lavora per organizzare i credenti nelle associazioni cattoliche, affin di preparare una forza che colla coscienza della giustizia e colla potenza del numero possa finalmente imporsi.

Ma che cosa hanno fatto la maggior parte dei contadini e degli operai?  Piuttosto che ascoltare la Madre naturale dei fedeli, hanno dato ascolto alle sirene ingannatrici dei sovversivi, che la coprivano di disprezzo e di calunnie, si sono spaventati del nomignolo di Clericali, affibbiato dal liberalismo borghese ai seguaci delle direttive del Vicario di Cristo, e o fecero i sordi restando in una ignominiosa inerzia, o passarono nel campo socialista.

Non possiamo negare che in questi ultimi tempi si sia potuto fare qualche cosa; e già vediamo sorgere qua e là fiorenti associazioni Cattoliche che anche nel campo economico si affermano di fronte al socialismo rivoluzionario; vediamo schiere di giovani che tengono alta la bandiera nostra in mezzo a tanto scetticismo; vediamo sorgere istituti di cooperazione e di lavoro, dove l’operaio e il contadino trova la difesa dei propri interessi, senza pregiudizio della sua fede.

Ed è desiderabile che anche voi, o proletari della mia Diocesi, abbiate ad unirvi all’ombra della Croce, per porre una diga alla marea rivoluzionaria che si avanza.  Ma ben poco giova l’organizzazione economica, se non si convince il popolo della necessità di una vita più intensamente cristiana.  Lo spirito di indifferenza e rilassatezza che ha pervaso gli operai e i contadini è la più seria minaccia di maggiori guai e di più spaventosi disordini.  La pratica della religione per molti si riduce appena ad ascoltare materialmente la S. Messa, al matrimonio in Chiesa, ed a morire col prete; di Cristo, del Vangelo, dei precetti divini ed ecclesiastici, dei vizi e delle virtù poco si sa e meno ci si interessa.  Così la religione è ridotta ad un formalismo tutto di apparenza, e di cui manca la sostanza; e basta la promessa del più vile vantaggio materiale perché la si abbandoni; basta che uno spudorato conferenziere di piazza le vomiti contro quattro accuse menzognere, perché la si rinneghi.

O dilettissimi figli operai e lavoratori, Iddio vuole essere meglio conosciuto e molto più amato: “Haec est vita aeterna, ut cognoscant Te solum Deum verum, et quem misisti Jesum Christum” (questa è la vita eterna, affinché conoscano Te solo, Dio vero, e colui che mandasti, Gesù Cristo) (Jon 17,3)!  E per conoscere Iddio non bastano davvero quei quattro principi che a stento avete sentito da ragazzi alla Dottrina Cristiana poco imparati e presto dimenticati; ma bisogna andare alle prediche, frequentare i catechismi, sentire le spiegazioni evangeliche.

Bisogna leggere buoni libri, giornaletti cattolici, interessarsi di sapere ciò che scrive il Papa nelle sue Encicliche, il Vescovo nelle sue lettere; bisogna smettere di pigliar fra mano il foglio socialista e di accettare come verità dimostrate gli strafalcioni e le bestemmie di cui rigurgita.

Bisogna avere più fiducia e più rispetto per i sacerdoti, che hanno la missione divina di istruirvi nelle verità eterne, e non credere essi vi parlino per interesse o per secondi fini.

Bisogna santificare meglio i giorni festivi, e non tramutarli in giorni di spasso e di bagordo, disertando le chiese, e passando le lunghe ore nel gioco e nelle osterie.

Bisogna smettere affatto quel linguaggio di inferno, per cui tante volte al giorno il nome santo di Dio e della Vergine è conculcato con titoli banali ed inverecondi.

Bisogna bandire i discorsi turpi ed osceni, che tanto scandalizzano i piccoli, e tanto eccitano la gioventù a darsi al libertinaggio.

E’ necessario che la famiglia ritorni a tutta la sua dignità di famiglia cristiana, colla vita edificante dei genitori, colla obbedienza e sottomissione dei figli, coll’amore alla parsimonia ed alla frugalità, colla modestia e riserbatezza delle figliole, colla onestà degli amori, colla santità nelle nozze.

E’ necessario convincersi che una vita senza tribolazione e senza privazioni non è possibile quaggiù, e che sciaguratamente vi inganna chi vi promette il paradiso in terra, dicendovi che nel regime comunista è riserbato a tutti l’appagamento di ogni desiderio.  Tribulos et spinas germinabit tibi” (produrrà per te cardi e spine) (Gen 3, 18) è la terribile sentenza pronunziata da Dio contro l’uomo prevaricatore; e non valgono certo le ubbie socialiste a mutarla; e ne fanno fede i paesi sventurati dove esse prevalsero.

Fame, miseria, oppressioni, stragi, cessazione di ogni commercio, ed ogni lavoro: ecco il quadro desolante che vi presentano le infelici nazioni governate dal socialismo.  Né bastarono colà le spogliazioni e le nefande uccisioni dei ricchi a far diventare più agiato il tradito proletario, che si dibatte fra le ristrette della più opprimente tirannia.

Non l’odio ma l’amore, non la lotta di classe, ma la fraterna cooperazione delle varie classi sociali può rendere meno disagiato il vivere; e questo amore non può venire che da Gesù Cristo, e dalla sua dottrina: “Qui diligit Deum diligat et fratrem suum” (Chi ama Dio ami anche suo fratello)  (ibid. 4,2 1).

Raccogliendo adunque le fila del nostro discorso, abbiamo inteso di dimostrarvi che la causa principale ed il movente di tutte le turbolenze che agitano la società attuale è l’abbandono della vita cristiana, tanto da parte dei ricchi, quanto da parte dei nulla abbienti; che il rimedio primo è il ritorno a Dio, a Gesù Cristo, alla Chiesa.  Nella fiducia che il nostro povero dire abbia fatto un po’ di breccia nei cuori dei nostri carissimi figli, scendiamo ora alla pratica.

E’ imminente la Santa Pasqua, e la Chiesa ci invita ad accostarci al Signore col mezzo dei SS. Sacramenti.  Che bella occasione per rimediare al passato, per vincere il rispetto umano, per dare buon esempio!  Siano i primi i membri delle classi più elevate a farsi vedere pubblicamente nelle chiese a fare le loro devozioni, ad ascoltare le prediche, a soddisfare il precetto Pasquale.

E voi operai e contadini, dimostrate col fatto che avete conservato la vostra fede, e che gli interessi economici non vi hanno separati da Dio.  Accorrete tutti a confessarvi, a comunicarvi, a pregare il Signore perché stenda la onnipotente sua mano sulla grande famiglia umana, e dissipi la procella che si addensa sopra di lei.

Non deve in secondo luogo sfuggire alla mente di chi che sia il bisogno che il vivere sociale sia riordinato su basi più conformi alla giustizia ed alla carità che non sia stato fin qui.  Nel fervore del dibattito che tiene agitati i vari partiti, non bisogna perdere di vista che una soluzione soddisfacente si può solo aspettare dal principio cristiano.  E’ necessario pertanto che tutti quelli i quali si dicono e sono effettivamente cristiani si stringano insieme in una forte associazione, la quale all’infuori ed al di sopra di ogni competizione politica, formi una forza preponderante per compattezza e per numero da potersi imporre a chi volesse attentare ai nostri diritti, o menomare la nostra libertà.

Compito di tale associazione è la formazione delle coscienze secondo le massime dell’Evangelo, e la preparazione di caratteri che sappiano a tempo scendere in campo a tutela della giustizia e a difesa della verità.  Tale associazione è già costituita, e conta in Italia ben centomila uomini e quasi altrettante donne; ma bisogna che essa arrivi al milione, e chiamarsi “Unione popolare fra i cattolici d’Italia”.

Stiano attenti, (preghiamo vivamente) i nostri Diocesani di non cadere nell’equivoco, che forse finora ha trattenuto molti dal darvi il nome, ed è di credere che l’Unione Popolare sia la stessa cosa, o per lo meno che abbia dei legami col Partito popolare Italiano.   L’Unione Popolare è una cosa del tutto distinta dal Partito Popolare, e non ha niente da fare con quello, perché quello è politico, e questa non ha carattere politico affatto; quello è aconfessionale, quantunque dichiari di informarsi a principi cristiani, e questa è eminentemente confessionale ed è pienamente soggetta alla Autorità Ecclesiastica; quello scende in campo a lottare nel Governo, nelle Province, nei Comuni; questa non si occupa che della formazione delle coscienze, lasciando poi liberi i membri di favorire quelle forme politiche che meglio corrispondono ai postulati delle coscienze stesse.

Si aggiunga per di più che noi cattolici riguardo al Partito Popolare stiamo in benigna attesa; finché esso rispecchia le nostre idee, e corrisponde alle nostre aspirazioni, gli siamo favorevoli: ma se esso, come qualsiasi altro partito, avesse a fuorviare sarebbe da noi semplicemente abbandonato.

A fianco, e come emanazione della nostra Unione Popolare Cattolica, vi è un Segretariato Economico-Sociale Cattolico, ed è la federazione di tutte quelle Associazioni di indole economica, come Casse rurali, Cooperative, ecc. le quali intendono di fare aperta professione, anche come corpi morali, della loro religione.  Queste associazioni sono unite mediante un sacerdote, loro rappresentante o consulente morale, alla stessa Unione.  Non è però necessario che esse portino il titolo di Cattoliche, basta solo che aderiscano alla Unione Popolare, e si attengano agli indirizzi morali della Giunta Diocesana per l’Azione Cattolica, senza alcun pregiudizio alla propria autonomia nel campo economico.

Sarebbe pertanto desiderabilissimo che anche gli uomini di cultura e di censo dessero assieme agli artigiani e coi lavoratori il loro nome alla nostra Unione Popolare; il loro esempio e la loro esperienza darebbe credito all’Unione stessa; ed il loro intervento alle adunanze dissiperebbe il pregiudizio che fini reconditi di politica si nascondano sotto la sua bandiera.

Avremmo dovuto parlare prima ma ce la riserbammo per ultimo, come cosa su cui si assommano le nostre più belle speranze; vogliamo dire i Circoli della Gioventù Cattolica.  Cari giovani, voi siete l’avanguardia del nostro pacifico esercito, voi gli araldi del luminoso cammino della Civiltà Cristiana.  A voi è riserbato l’avvenire del mondo, ed il trionfo sopra la incredulità e l’immoralità che tanto opprime la generazione presente.  Voi pieni di vita e di energia, scenderete a contrastare il terreno agli avversari di Dio e della Chiesa, e cosparsi di nobile sudore, porterete manipoli di anime a piè della Croce di Cristo.  A voi però occorre la forza del numero, la potenza della parola, la virtù dell’esempio, la costanza della volontà.

La forza del numero richiede che ogni parrocchia, ogni centro abbia il suo manipolo di giovani ascritti al Circolo Cattolico.  E tocca a voi, o baldi giovani del nostro amato Circolo «S. Florido», di percorrere tutta la Diocesi, scendendo in aiuto dei Rev.mi Parroci, per chiamare intorno a voi, illuminare, infiammare i compagni a dare il nome alla vostra santa bandiera, formando il Circolo Parrocchiale.  La potenza della parola vuole che nelle vostre adunanze vi alleniate a tener conferenze, sia coll’istruirvi nelle più importanti questioni religiose e sociali, sia coll’addestrarvi a parlare in pubblico.  Per la virtù dell’esempio voi dovete brillare di vita veramente e francamente morigerata e cristiana.  E la riuscita richiede che non abbiate mai a stancarvi o da perdervi di coraggio per le difficoltà che vi possono occorrere, ma perseveriate fedelmente nella vostra impresa, memori che ogni opera buona è contrastata, e che il merito sta nel reggere agli urti avversari.

Ed ora o carissimi, abbiamo da comunicarvi un lietissimo annunzio.  La sera del 10 aprile, riaperta al pubblico la monumentale chiesa di S. Domenico, avranno ivi principio le SS. Missioni, che saranno predicate da due bravi figli del Patriarca S. Domenico M.R.P.L. Raffaele Ferrari Parroco di S.M. Novella di Firenze e M.R.P.L. Domenico Troisi del Convento di S.M. sopra Minerva di Roma.  Nella mattina seguente Domenica in Albis, 11 aprile sarà consacrato solennemente secondo il S. Rito l’Altare maggiore con i due altari laterali nella Cappella di S. Domenico e di S. Vincenzo e quindi sarà celebrata la prima Messa nel nuovo Altare Maggiore, ove avrà glorioso sepolcro l’incorrotto corpo della Beata.

Martedì 13 aprile in tutta la mattina sarà celebrato buon numero di Messe nella Chiesa di S. Domenico in cui sarà esposto il cuore della Beata e nella sera avrà luogo il solenne trasporto dell’urna che racchiude il prezioso tesoro dell’incorrotto Corpo di Beata Margherita dal monastero delle Cappuccine di S. Veronica alla Chiesa di S. Domenico ove sarà collocato sotto l’Altare Maggiore.  Alla processione interverranno alcuni Ecc.mi Vescovi.

Un’ora avanti l’Ave Maria muoveranno le confraternite ed il Clero dalla Basilica Cattedrale per recarsi al Monastero delle Cappuccine a ricevervi la preziosa Urna che sarà portata da quattro sacerdoti in paramenti sacri, e preceduta dal Clero e seguita dal popolo, passerà per le vie pavesate ed illuminate XI Settembre, Piazza Raffaello Sanzio, Piazza Vitelli, Corso Vittorio Emanuele, Francisco Ferrer sino alla Porta Maggiore della Chiesa di S. Domenico, in cui tornerà ad essere Signora.

Domenica 18 aprile avrà luogo la Messa della Comunione Generale e dopo altre Messe il solenne Pontifícale; e nella sera la chiusura delle SS. Missioni e la Benedizione Papale.  Così saranno inaugurate le Feste Centenarie. Le feste solenni commemorative del VI Centenario saranno celebrate nel mese di settembre; e precisamente nei giorni 9, 1 0, 1l e 12. Vi prenderanno parte Eccellentissimi Vescovi e S.E. il Cardinale Alfonso Maria Mistrangelo Arcivescovo di Firenze, per cui saranno celebrati quattro solenni Pontificali.

Ma nel tempo che corre dal 18 aprile al 9 settembre non debbono venir meno i festeggiamenti e le dimostrazioni di devozione alla nostra Beata in special modo dalla Città e Diocesi Tifernate.

Rivolgiamo perciò sino da ora caldo appello ai MM. RR. Parroci della Diocesi Tifernate perché nel loro zelo abbiano nel miglior modo ad adoperarsi alla riuscita di un attestato di pubblica Fede collettiva e di devozione alla nostra Beata.

Ciascun Parroco scelga d’accordo con il suo popolo il tempo più opportuno al pellegrinaggio della sua Parrocchia alla tomba della Vergine Tifernate Beata Margherita; e se crederà più opportuno a maggior manifestazione di fede di unirsi ed aggregarsi a qualche altra Parrocchia contigua od anche all’intera Congregazione di cui faccia parte, vegga nel suo illuminato zelo come gli convenga meglio ad attestare la devozione sua e del popolo alle sue cure affidato.

Comunque sia però, si metta ciascun Parroco col maggior zelo alla organizzazione del suo Pellegrinaggio e ne faccia conoscere anticipatamente al Rettore della Chiesa di S. Domenico la data prescelta perché di comune accordo possano stabilirsi le opportune SS. Funzioni.

Nella dolce speranza che Clero e popolo rispondano ai nostri inviti, imploriamo di cuore a tutti le più larghe benedizioni dal Signore.

 

Dalla Nostra Residenza, la 3a Domenica di Quaresima del 1920

 

X CARLO Vescovo

 

 

 

 

 

1   Isaia 58, 1

2   Joël 2, 12

 



 

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